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La Leggenda di San Valentino – seconda parte

Erano da poco passate le 9,30. Nel piccolo eremo francescano, ai piedi del Monte Subasio,  tutto era pronto per accogliere i pellegrini che sarebbero arrivati da lì a poco. Il sole illuminava le cime innevate e la vegetazione intorno disegnava chiaroscuri  perfetti sotto le sfumature del cielo.

Fra Valente aveva ormai raggiunto la cella, sostenuto dal bastone in legno di quercia che vigilava i suoi passi tra ripidi scalini e viottoli sterrati. Quando non erano le campane con i suoi battiti a scandire le ore, il frate si serviva della Natura con la sua quintessenza come miglior orologio. L’alternanza del cinguettio degli uccelli, le variazioni di temperatura nella giornata o gli effluvi celestiali di preparazioni culinarie dalle cucine che si espandevano nell’aria, erano gli elementi ideali per una misurazione del tempo quasi perfetta.

In attesa che Erminio arrivasse, Fra Valente, sentiva che il vociare riservato dei pellegrini era adesso giunto alle porte del convento. Conoscendolo bene, il frate sapeva che il pastore anticipava sempre la sua venuta e un ritardo del genere, non era certo da lui.

«Dev’essere stato trattenuto oppure è successo qualcosa. Mio Dio.»

Mentre quel pensiero lo attraversava adombrandolo, un rumore leggero di passi dietro di lui lo fece sussultare. Il frate impugnò il bastone facendolo piroettare nell’aria.

« Chi sei ?» chiese velatamente preoccupato il frate.

« Dov’è Erminio e perché non è qui?» mentre tastava l’aria che lo circondava.

Una mano piccola e morbida si appoggiò su quella del frate che teneva stretto il bastone, arrestando i suoi movimenti.

« Fra Valente, perdonatemi se sono entrata in silenzio, senza chiedere il permesso. Sono  Dora. Mio zio Erminio è scivolato e non può muoversi. Mi ha pregata di correre da voi. Sono entrata insieme agli altri; ci hanno aperto i frati.»  disse  con tono flebile e sommesso

Chi parlava era una ragazza bionda con i capelli raccolti in una treccia arrotolata; la sua carnagione era bianchissima e su quel viso ben disegnato, spiccavano due grandi occhi di color verde mare.

Seguendo il suono delle sue parole, Fra Valente si girò. Il cappuccio di iuta era ancora lì, appeso alla pediera del letto.

Dora non avrebbe mai immaginato che uno spazio così angusto e isolato potesse contenere tanta luminosa bellezza e riconoscendo in lui, il custode dei suoi sogni, non riuscì a trattenersi.

« Avete la grazia di un angelo. Ne sono sicura; vi riconosco, siete l’angelo che supplico ogni notte e che ho aspettato a lungo. Vi ho scritto lettere interminabili raccontandovi di Terenzio, il mio amore e delle arti malvagie di un uomo senza nome che lo sta portando via da me. Venite, vi prego. Lui è qui fuori. Raccontategli di me; parlate al suo cuore, prima che sia tardi. » disse la ragazza con la voce rotta dal pianto, mentre afferrando la mano del frate, lo conduceva fuori dalla cella.

In uno stato di confusione totale, Fra Valente non oppose resistenza. Era la prima volta che qualcuno gli parlava del suo aspetto. Il tocco di quella mano gli risvegliò qualcosa di famigliare, qualcosa che aveva nascosto a se stesso. La forza e la purezza del sentimento che alimentava Dora era tale, che Fra Valente sentì  la sua anima riempirsi di una luce pura, calda e bianchissima che si fece spazio nel buio nel quale era sprofondato dopo l’incidente. Il suo corpo statuario e possente divenne improvvisamente aereo e si lasciò trascinare dalla ragazza, mentre il suo cuore gli batteva forte nel petto.

« Allora tutte quelle visioni, non erano solo sogni; era tutto vero. » fece appena in tempo a pensare, prima che Fra Luigi gli piombasse addosso come una furia.

« Tu, ti nascondi dietro questo vestito per offendere il Signore. Lo sapevo che un giorno saresti arrivato e ho chiesto aiuto all’angelo della notte.  Un uomo di Dio non ha bisogno di tanta bellezza e così ti ha privato della vista per averlo oltraggiato. Saresti giunto qui rubando il posto di consigliere di anime, che era mio per diritto. Con quell’aspetto angelico e il tuo fare da” illuminato” avresti deviato l’austerità di questo luogo. Ma ricordati che sono io il Padre Spirituale di tutta la comunità dei fedeli.» sbiascicò il vecchio, con i denti affilati come un cane inferocito davanti alla sua preda.

« Tra queste mura si insegna la disciplina e la fustigazione per aver peccato. L’Amore di cui tu parli non esiste, se non tra i peccatori. L’Amore vero è solo sofferenza. Ora spogliati da quel vestito che non meriti e tornatene nei boschi .» urlava Fra Luigi fuori di se, ignaro di trovarsi al cospetto dei pellegrini che attirati dalla luminosità emanata da Fra Valente e dalle grida, avevano assistito increduli  a quella scena tremenda.

Il giovane frate aiutò il vecchio a risollevarsi, mentre lo stesso dopo essersi guardato intorno, si allontanava in fretta.  Da quel giorno, di lui non se ne seppe più nulla. Rotto il sortilegio nel quale l’anziano  mistificatore l’aveva soggiogato, Terenzio il grande amore di Dora, corse incontro alla ragazza, promettendole che mai più niente e nessuno li avrebbe potuti separare.

Per la prima volta, Fra Valente riuscì a vedere il viso dei pellegrini a cui raccontava il potere dell’amore e di quanto questo possa vincere contro ogni male. Trovò le sue parole negli occhi di ciascuno di loro e quella forza invincibile, racchiusa nel loro cuore rinato che trasformava il dolore nella più grande delle opportunità.  Divenne il frate dell’Amore, illuminando le vite e il cammino di molte coppie che unì in matrimonio. Parlò degli effetti unici e straordinari del rispetto e dell’amore incondizionato. Esaltò l’importanza del dialogo, l’uso della comprensione e la magnificenza dell’arte e della creazione.

Fra Valente, per tutti Fra Valentino lasciò il corpo il 14 Febbraio del 1924. Si dice che la sua bellezza angelica e pura come il vero Amore, si respira ancora oggi nello scirocco che soffia tiepido tra quelle montagne.

a cura di Manuela Frigatti

(storia di fantasia)

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